.:: MEMORIES OF A FIGHTER - David Cenciotti ::.
2006/08/14,
Con lo Starfighter a difesa dei cieli italiani.
Il Col. Agrusti ci ha raccontato la vita di un pilota intercettore in piena Guerra Fredda.
La fine della Guerra Fredda, la conclusione della contrapposizione tra i due blocchi e il conseguente traumatico
dissolvimento della potenza sovietica, non solo cambiarono le sorti del pianeta, ma furono anche le cause
scatenanti di una serie di sostanziali trasformazioni in seno all’Aeronautica Militare Italiana. Snellita nella
struttura ed ottimizzata per gestire al meglio le risorse disponibili, e’ innegabile che oggigiorno
l’Arma Azzurra sia strategicamente pronta anche a respingere una minaccia proveniente da Est, vale a dire dalla
Penisola Balcanica. L’Allied Force, il rafforzamento delle basi che si affacciano sulla costa Adriatica (Amendola
e Gioia del Colle), e il dispiegamento di reparti ad oriente sono la prova, che il fronte “caldo” del nostro
paese, quello da tenere sotto controllo, non e' piu' soltanto quello Africano ma anche quello Balcanico.
Oggi, a causa dell’embargo e della fine degli approvvigionamenti sovietici, Tripoli ci guarda meno in “cagnesco”
ma per quasi un ventennio, dalla fine degli anni ’70 ai primi anni ’90, il Fianco Sud e’ stato quello a cui
l’Italia ha guardato con maggiore preoccupazione. In quel periodo gli “spauracchi” della nostra Difesa Aerea
erano la Libia e l’U.R.S.S. poiche’ i Mig libici e i Tupolev con la stella rossa erano frequenti, quanto
indesiderati visitatori dello spazio aereo internazionale e percio’ causa molto frequente di Scramble reali dei
nostri F-104, specie quando si avvicinavano minacciosamente alle nostre coste. E’ proprio in quegli anni che lo
Starfighter costruisce il suo mito, dimostrandosi l’unico aereo in grado di decollare in tempi brevissimi
(impensabili per i caccia piu' moderni) e di salire a velocita' bisonica verso gli aerei potenzialmente ostili.
I reparti intercettori che in quegli anni presidiavano lo spazio aereo nazionale erano principalmente due, il
12° Gruppo di Gioia del Colle e il 10° Gruppo di Grazzanise. Dotati in media di 12 velivoli, entrambi potevano
contare sull’apporto delle cellule d’allarme, costituite da velivoli provenienti dai gruppi del Nord, basate a
Sigonella e Trapani Birgi (che ospitera' negli anni, prima il NODA, Nucleo Operativo Difesa Aerea, e
successivamente il ricostituito 37° Stormo).
Abbiamo avuto la possibilita' di parlare con il Col. Agrusti che nel 1987, con il grado di
Sottotenente, raggiunse il 12° Gruppo del 36° Stormo, per vivere un’esperienza unica fatta di tanto F-104 e di
parecchie intercettazioni reali, in un reparto di prima linea dell’A.M. in piena allerta per la “questione
libica” (erano passati pochi mesi dal lancio dei missili Scud verso Lampedusa).
“Arrivai a Gioia proveniente dal 20° Gruppo di Grosseto nel Febbraio del 1987” ci ha raccontato Agrusti “il
Gruppo allora volava con l’F-104 nella versione S modificata per permettere il lancio del missile AIM-7 Sparrow
e i piloti erano distribuiti tra 73a, 89a e 90a Squadriglia”. I neo-assegnati ottenevano al 12° Gruppo prima la
LCR, Limited Combat Readiness per la quale erano necessarie 96 ore di volo, e poi la FCR, Full Combat Readiness,
cioe' la prontezza al combattimento totale, dopo 120 ore di volo sul velivolo. “Il raggiungimento della Combat
Readiness era un traguardo molto ambito per un giovane pilota intercettore; il percorso necessario per ottenere
questo status prevedeva lo svolgimento di parecchie MIP, Missioni Intercettazione Profilo, che avevano lo scopo
di far apprendere al pilota tutte le procedure connesse ad uno Scramble e ad una intercettazione. Prima di tutto
era di fondamentale importanza riuscire ad assimilare le tecniche e la fraseologia da utilizzare con il Centro
Radar (CRC) e allo stesso tempo continuare a “volare” l’aereo, lo Starfighter non concede poi molte distrazioni….”.
I voli di addestramento vedevano impegnati i piloti piu' giovani in missioni 1 vs 1 (1 contro 1), 2 vs 1 o 2 vs 2
con la funzione di target affidata ad un pilota esperto, un “chase”. Durante l’addestramento era molto importante
velocizzare ogni minima azione per riuscire a decollare nei fatidici cinque minuti. “Al reparto, oltre ai piloti
in addestramento c’erano ovviamente gli equipaggi che svolgevano il servizio di allarme. Gli Scramble simulati,
piu' frequenti di quelli reali, erano scaturiti dal suono di una sirena modulata mentre i piloti “pronti in
cinque” partivano se il suono della sirena era continuo. Il Gruppo nel 1987 si alternava nei turni d’allarme
con Grazzanise. Noi montavamo a giorni alterni con il 10° Gruppo: ad esempio loro i giorni pari e noi i dispari.
Il reparto in allarme doveva garantire una coppia di velivoli pronti in 5 minuti e una coppia di riserva che
aveva 25 minuti di tempo per essere pronta al decollo sempre in 5 minuti, da cui la dizione “pronti in ‘30”.
Analogamente il reparto in stand-by garantiva 2 velivoli in grado di decollare in 2 ore. “Praticamente si era
d’allarme un giorno si e uno no, ma anche nel giorno in cui eravamo di riserva dovevamo garantire la prontezza
al decollo”. Ogni cellula d’allarme era costituita da due velivoli, due piloti (un capo allarme ed un gregario),
4 specialisti Crew Chief, due armieri e un aviere autista”. Gli equipaggi erano ospitati in una Palazzina Allarme,
nient’altro che un’appendice del Gruppo, organizzata su un piano con mini sale convegno, tavoli e TV e ovviamente
con camere da letto. Queste erano tre: una per gli armieri e l’autista, una per i Crew Chief ed una per i piloti.
Nella camera dei piloti c’erano due telefoni, uno per le comunicazioni interne ed uno per il collegamento diretto
con il Combat Operation Center. Il COC aveva una funzione chiave nell’economia del gruppo intercettore dovendo:
• dare quando possibile preavviso di Scramble;
• fornire con tempestivita' le variazioni sullo status meteo della base;
• informare sullo status dei NAVAIDS (radioaiuti alla navigazione), pista, luci, barriere;
• informare sulle eventuali variazioni delle condizioni di allarme;
• aggiornare sulle condi-meteo sull’alternato.
Il suono della sirena era l’ultimo atto di una serie di controlli effettuati dal sistema NADGE su tutte le tracce
osservate dai nostri radar della Difesa Aerea basati ad Otranto, Jacotenente, Licola, Capo Frasca, Crotone,
Mezzogregorio e Marsala. Il III ROC (Regional Operation Centre) di Martina Franca, alle dirette dipendenze della
Quinta ATAF, aveva al suo interno una struttura, il SOC (Sector Operation Centre) che ordinava al Centro di
Riporto e Controllo, il CRC di zona, il decollo su allarme dei velivoli. Il CRC su linea diretta chiamava il
COC della Base che dava inizio alle procedure di Scramble chiamando i piloti in turno d’allarme.
“Al suono della sirena tutto deve seguire una routine in cui nulla e' lasciato al caso, altrimenti riuscire a
decollare nei famosi cinque minuti e' una vera e propria missione impossibile. Ho visto piloti in addestramento
decollare dopo 10 minuti perche' uno degli step previsti era stato saltato nella concitazione dello Scramble!
Esistono varie correnti di pensiero tra i piloti circa le tecniche da usare per rispettare i tempi di decollo:
mentre molti dormivano completamente vestiti, personalmente tenevo la tuta stesa ai piedi del letto cosicche'
potessi indossarla da sotto le coperte al suono della sirena. Facendo perno con il sedere “centravo” gli scarponi
posizionati alla distanza giusta accanto al letto e correvo via, afferrando, solo in inverno, anche il giubbotto
che avevo lasciato sull’appendiabiti”.
Usciti dalla Palazzina Allarme i piloti correvano verso gli shelters dei velivoli. Solitamente gli F-104 erano
ricoverati molto vicino al Gruppo, raramente quindi si ricorreva al pulmino, e il velivolo piu' vicino tra i due
spettava di diritto al capo coppia.
“I velivoli in hangar erano stati gia' controllati e organizzati in modo tale che tutto il restante flight gear
fosse al posto giusto. Dopo aver effettuato le “5 dita” la mattina all’inizio del turno (utilizzando le dita
della mano si richiedono al crew chief una serie di controlli visivi), posizionavo il SECUMAR sulla scaletta,
il cosciale sulla paratia cockpit con lo skull cap (sottocasco) appoggiato sopra, e i guanti, uno a destra ed
uno a sinistra.
Visto che in caso di decollo non ci sarebbe stato tempo di effettuare molti controlli, l’ispezione mattutina
prevedeva anche una prova del radar e dell’armamento, in particolare l’AIM-7 o l’Aspide, che consisteva in
lock-on di test effettuati a vari regimi di motore. Si accendeva anche il generatore a 28V per far scaldare la
piattaforma LN3.
La regola principale dello Scramble era NON FARSI MALE, quindi era importante fare in tempo ma senza pregiudicare
la sicurezza propria o altrui.
Appena entrati nell’abitacolo si dava lo “starter” s’indossava il casco e si collegava la maschera, ci si legava
al Martin Baker e ci si assicurava che gli specialisti avessero gia' dato aria al compressore.
Si effettuava subito un check radio con il collega sulla frequenza UHF di gruppo e quindi si contattava la Torre
di Controllo per richiedere il decollo con priorita'.
Con uno spunto di motore, necessario a superare l’inerzia del velivolo, si iniziava il rullaggio durante il
quale si effettuavano i controlli. Gli armieri ci attendevano per togliere le spine all’armamento, quindi, si
copiavano su un apposito modulo custodito nel cosciale, i dati dello Scramble comunicati dalla Tower. Queste
erano magre informazioni fornite in codice che racchiudevano tuttavia fondamentali indicazioni sulla missione
che si stava per affrontare:
- il vettore per il target
- il tipo di salita, che poteva essere di due tipi: con post-bruciatore inserito (“gate” in gergo) o con potenza a Military (“booster”)
- il tipo di missione, generalmente per ID, Identificazione dello zombie.
I decolli avvenivano sempre dalla pista 14R che non era la piu' vicina agli shelters questo perche'la 14L,
attraversata per raggiungere la R, non era utilizzabile in quanto non dotata di Bliss Back.I parametri limite
per il decollo erano:
- vento in coda 30 Kts con temperatura sotto i 20°C
- vento in coda 20 Kts con temperatura sopra i 20°C
Con vento superiore si andava a decollare per QFU opposto cioe' per 32.
Una volta decollai con vento forte, 8/8 di strati a 300ft e temperatura poco al di sopra dello zero.
Poiche' era necessario rullare per tutta la pista in caso di necessita' di utilizzo delle 32, il COC autorizzava
un delay di due minuti ai canonici cinque e conseguentemente il decollo doveva avvenire al massimo entro sette
minuti dal suono della sirena”.
Il tempo di decollo era calcolato dal suono della sirena, al momento in cui il primo velivolo lasciava i freni
per iniziare la corsa d’involo. La regola era che il primo aereo che arrivava in pista decollava per primo,
indipendentemente dal fatto che si trattasse di quello del leader o del wingman, perche' la cosa importante era
il risultato del “team”.
Subito dopo il decollo si contattava, via radio, l’Approach e successivamente il GCI, il controllore Guida
Caccia Intercettori, su una frequenza “taboo” conosciuta dagli equipaggi e fornita in codice dal controllore.
Se la missione era per ID (identificazione), si raggiungeva il target nel minor tempo possibile, il leader
andava in “shadowing”, cioe' seguiva l’intruso per determinarne la quota, la velocita', la prua, il tipo
d’aeromobile, la nazionalita' e il serial e comunicarli al Guida Caccia. “Era molto difficile andare a leggere
il codice di un Bear sovietico in volo a 45.000 piedi a 0.5 di Mach. In questi casi era necessario mantenere
l’aereo molto cabrato, a bassa velocita' e con lo shacker in funzione (e' un sistema che fa vibrare la barra
per avvertire il pilota dell’approssimarsi del pre-stallo, e' seguito dal kicker che spinge automaticamente in
avanti la barra per evitare lo stallo). Di notte, malgrado questi aerei avessero tutte le luci accese
(altrimenti si sarebbe trattato di un chiaro atto ostile cui rispondere con il fuoco), riuscire a copiare il
“numero di carrozzella” degli zombie era veramente molto complicato”. Il piu' delle volte il CRC richiedeva una
foto dell’intruso e per questa ragione entrambi i piloti portavano una macchinetta fotografica nella tasca
sinistra della tuta di volo, all’altezza della gamba, cosicche' se uno dei due avesse abortito la missione per
motivi tecnici, l’altro avrebbe potuto portare indietro un’immagine per l’Ufficiale Intelligence. La tasca era
quella sinistra perche' la mano destra non poteva essere mai tolta dalla barra.
“Il wingman nel frattempo si posizionava in coda al target per tenerlo sotto controllo. A quei tempi c’era un
via-vai di aerei russi di tutti i tipi che attraversavano il Canale d’Otranto diretti in Libia. Il piu'
delle volte ci spingevamo al confine della FIR di Brindisi, in pieno Canale d’Otranto per identificare dei
velivoli per richiesta del SOC che puntualmente si rivelavano essere “May”, “Candid”, “Blinder” o addirittura
“Bear”. Un Tu-16 “Badger” una volta provo' a spaventarmi girando la torretta mitragliatrice di coda verso di me
e fotografandomi, ma questo tipo di scherzi, abbastanza frequenti, non erano considerati atti ostili e non
necessitavano una risposta armata. Questi incontri “ravvicinati” erano freddi e ricchi di tensioni ma da entrambe
le parti si operava con estremo rispetto.
Nella mia carriera ho effettuato molte intercettazioni, anche aerei civili sprovvisti di Diplomatic Clearance
per il sorvolo del nostro spazio aereo e perfino un lentissimo Piper in difficolta'.
Dopo quasi sei anni di vita nel 36° Stormo e poco meno di 1.000 ore volate sullo Starfighter, il Col. Agrusti,
ha lasciato nel Dicembre 92 il 12° Gruppo Caccia Intercettori Ognitempo, per conseguire il brevetto d’istruttore
su T-38 presso il 90th TFS di Sheppard, Texas. Tornato in Italia nel 1996, a Lecce presso il 61° Stormo, e'
stato Comandante del 212° Gruppo sul nuovo MB-339CD. Dopo aver prestato servizio presso l’Ufficio del Capo di
Stato Maggiore a Roma, attualmente e' Comandante del 37° Stormo di Trapani.